Lost In Translation approda in Belgio: l’intervista di 64_Page a Benedetta Frezzotti

Posted by on feb 23, 2017 in news | No Comments

Il primo Marzo Lost In translation esce in Belgio sul numero speciale di 64_pagé. la rivista ha voluto intervistare la nostra Benedetta Frezzotti.

Trovate l’intervista originale qui:

http://www.64page.com/2017/02/22/benedetta-frezzotti-il-y-a-un-an-et-demi-je-me-suis-lancee-sur-mes-propres-projets-comme-auteur-complet/

Di seguito invece la versione in Italiano:

benedetta_frezzotti_Fumettobassa

Puoi spiegarci il tuo percorso? Come sei arrivato a rendere il disegno il tuo progetto professionale?

Il mio percorso non è stato proprio lineare. Dopo la scuola dell’obbligo mi hanno detto che non avevo la mano per un indirizzo artistico, così ho fatto un liceo scientifico. Ma io volevo disegnare, per fortuna al liceo la mia insegnate d’arte mi ha sostenuto molto. Alla fine  Ho fatto l’istituto Europeo di Design, ed è vero come disegnatrice sono media, ma ho costruito uno stile mio con la carta e la plastilina che piano piano mi comincia a soddisfare.  Anche dopo lo IED il mio percorso non è stato lineare: ho provato a fare un po’ di tutto dal video all’illustrazione medica. Alla fine credo di essermi appassionata al fumetto perché un’immagine singola, se non è proprio didascalica, può suscitare emozioni anche forti ma troppo spesso il significato poi lo da chi guarda l’immagine, c’è una forte ambiguità. Ci sono autori che giocando con questa ambiguità creano delle metafore visive di una potenza e una universalità che gli invidio molto… a me purtroppo non riesce, nel mio lavoro, rimanere troppo vaga mette a disagio. Con il fumetto con il testo, e le sequenze di immagini posso esplicitare la mia chiave di lettura e dare un’impronta più narrativa.

 

Il fumetto in Italia, visto da qui si limita per la maggior parte a Hugo Pratt e Corto Maltese, puoi dirci qualcosa di più? Cosa noi francofoni non dobbiamo perdere, nella produzione italiana?

In Italia se dici Pratt in automatico pensiamo anche a Crepax con Valentina, e alcuni anche a Manara. Abbiamo avuto anche degli eccellenti autori comici, come Bonvi e Altan (io sono venuta su a pane e vignette di Altan, le collezionavo già alle elementari). Io non lo amo, ma sicuramente Andrea Pazienza (che credo stiano per tradurre in Francese per la prima volta) ha influenzato il fumetto italiano underground più di chiunque altro. Personalmente apprezzo molto Vittorio Giardino, sia come segno che per le sue storie (come No Pasaràn) che hanno ambientazioni storiche molto vive e accurate. Se proprio dovessi sceglierne uno, però, in assoluto sceglierei Sergio Toppi. Aveva una potenza di segno e una capacità compositiva che gli permetteva di rendere ogni tavola un quadro a sé, senza togliere nulla allo scorrere della narrazione. Aveva una ricerca estetica sul tratto che credo copra ogni possibile variante del pennino, senza mai essere pretestuoso o manierista… ma adesso smetto perché se no vi tengo qui ore a parlare di Toppi, e poi voi correte a leggere i suoi fumetti invece del mio Lost in translation (fareste bene, ma non fatelo per favore!!!).

Come hai scoperto 64 Page? Cosa ti ha spinto a parteciparvi (Benedetta avrà una strip nel Trombone ed nel fumetto Lost in translation nel #10)?

Ho trovato 64 Page di fianco alla cassa in una libreria di Bruxelles, ero lì un po’ per vacanza un po’ per studio. Mi ha colpito la cura e la qualità del progetto editoriale, lo sforzo non solo di dare visibilità a chi inizia ma anche approfondimenti molto curati. In Italia così curato, non solo come forma ma come contenuti e progettazione editoriale, c’è solo Scuola di fumetto  edito da Comicout, ma lo spazio per chi vuole proporre una storia inedita è limitato.

Come senti la tua carriera? Quali sono i tuoi obbiettivi?

Domanda difficile, soprattutto in questo periodo… Fino a poco tempo fa lavoravo solo come illustratrice su testi di altri, nell’ultimo anno e mezzo ho provato a proporre dei progetti come autore completo, anche piuttosto diversi tra loro. Qualche risultato positivo è arrivato e ora piano piano li sto portando avanti. Man mano che ne chiudo alcuni ne sto scrivendo altri. Andare avanti così non mi dispiacerebbe, mi sento un po’ come nei film quando il protagonista deve saltare da un tetto all’altro e non è sicuro di farcela: spero di aver preso abbastanza rincorsa per arrivare dall’altra parte e che la paura dell’altezza non mi blocchi prima del salto.

Come poni l’evoluzione del fumetto d’autore oggi in Italia? Ha un’identità propria, penso a Gipi, o subisce ancora l’influenza di autori o di movimenti stranieri, come ad esempio francesi?

Il fumetto d’autore italiano in questo momento è molto variegato, è fatto di casi a sé, basti provare a confrontare Gipi con Zerocalcare (il suo Kobane Calling dovrebbe essere stato tradotto in Francese da poco) o Igort. Sicuramente sentiamo ancora l’onda lunga del filone autobiografico di autori come la Satrapi o di David B. e lo stile di Ciryl Pedrosa ci ha influenzato molto. Contemporaneamente, però, gli autori più giovani sono molto influenzati dall’estetica e dalla narrazione dei manga, dal fumetto Americano e ultimamente molto dalle serie TV di qualità, che ci stanno costringendo a fare i conti con personaggi e plot secondari sempre più complessi. Per lavoro guardo molto alla Francia per le sperimentazioni legate al fumetto d’autore per tablet e realtà virtuale. Sono linguaggi nuovi, con ancora pochi canoni e tante possibilità di sperimentazione e io mi ci perdo volentieri. Uno che ho trovato molto ben riuscito è Phallaina di Marietta Ren pubblicato dal canale France Télévisions, credo gli sia stata dedicata una a mostra alla scorsa edizione di Angouleme.